Karla Rostova si muove tra i corridoi dell'avamposto Acheron con la precisione clinica di un automa, una figura in cui la stanchezza cronica e il rigore professionale sembrano essersi fusi in una nervosa e impenetrabile corazza. I capelli scuri sono di solito raccolti in una coda di cavallo così stretta da non concedere spazio a una singola ciocca ribelle: un'acconciatura pratica e senza fronzoli, tenuta assieme da elastici neri. Naturalmente, non si ricorda l'ultima volta che si è truccata.
I suoi occhi sembrano scansionanare i corpi dei minatori feriti come se fossero macchinari complessi in attesa di una revisione meccanica. Per Karla, ogni trauma è un problema ingegneristico da risolvere: non vede pazienti, ma guasti biologici da riparare con fredda efficienza. Pare sinceramente convinta che su Marte le parole siano solo ossigeno sprecato e che il dolore sia un rumore di fondo che interferisce con la diagnostica.
Tuttavia, nel silenzio delle lunghe veglie notturne, rotto solo dal ronzio di un monitor che funziona per miracolo, mentre le tempeste di sabbia rossa sferzano le cupole in policarbonato, la sua rigidità rivela una crepa invisibile: quella di una donna sostanzialmente sola, che ha rimosso la propria umanità per sopravvivere alla distanza incolmabile dalla Terra. Karla è la custode di un ordine fragile in un mondo violento, una professionista che ha dimenticato come ci si sente a essere toccati, ma che sa esattamente come impedire a un cuore di smettere di battere, anche quando il proprietario di quel cuore sembra aver perso ogni motivo per farlo continuare.