Tess possiede quella bellezza malinconica tipica di chi a diciannove anni è già stata messa più volte alla prova dalla vita. Il fazzoletto di lino che le copre di solito il capo è un cimelio di sua madre, logoro ma pulito. Le sue mani, diversamente dal viso dai tratti delicati, sono segnate da piccoli calli e graffi, testimonianza del lavoro quotidiano tra rovi e attrezzi agricoli. D'inverno indossa una veste di tela grezza e un mantello di lana cotta, utile a proteggersi dal freddo e dall'umidità della brutta stagione; d'estate una veste di canapa, tessuta a trama larga per permettere alla pelle di respirare sotto il sole battente. Le spalline sottili della veste le permettono la più ampia libertà di movimento durante la falciatura.
Dopo la morte dei genitori, Tess ha dovuto affrontare la dura realtà: l'appezzamento di famiglia, troppo piccolo per reggere l'urto di un cattivo raccolto, è stato ceduto ai creditori del padre. Ora, Tess offre le sue braccia ai proprietari terrieri della zona. È conosciuta per la sua puntualità e la sua laboriosità. E per una certa dignità che sembra contraddistinguerla: non accetta l'elemosina, ma piuttosto preferisce saltare un pasto che chiedere un favore che non può restituire con il lavoro.
Da tempo non ha più una casa. Dorme nei fienili dei poderi dove lavora o, d'estate, sotto le stelle. Tutto ciò che ha sta in una sacca di tela.
Crescere, poi, in una terra di confine l'ha resa guardinga. Come il resto della sua gente, osserva i forestieri con sospetto, cercando di capire se siano pericoli o semplici viandanti.
E come il resto della sua gente, dinanzi alle magie tecnologiche che la nobiltà della Marca riesce a fare, prova un sentimento di timore misto all'ammirazione per esseri così potenti da sembrarle dei semidei.